Un filo lungo quasi sei secoli, capace di attraversare lo Stretto e di unire comunità distanti centinaia di chilometri, ma accomunate dalle stesse origini, dalla lingua e da tradizioni custodite e tramandate nel tempo.
Contessa Entellina ha celebrato la terza Giornata dell’identità arbëreshe, promossa dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Leonardo Spera, nell’ambito dei festeggiamenti per Kuntisa 2026 e Maria Santissima della Favara.
Un’edizione che quest’anno ha assunto un significato particolare grazie all’incontro tra le comunità arbëreshe della Sicilia e della Calabria. Accanto a Contessa Entellina sono state invitate Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela, Palazzo Adriano e Mezzojuso, quest’ultima assente alla manifestazione. Per la prima volta hanno raggiunto Contessa Entellina anche le delegazioni dei comuni calabresi di Lungro, Firmo e Acquaformosa.
Il momento più suggestivo è stato quello della grande sfilata per le vie del paese. Le delegazioni hanno indossato i preziosi costumi tradizionali delle rispettive comunità, portando tra le strade colori, ricami e abiti che raccontano una storia antica. Un patrimonio che, a quasi sei secoli dall’arrivo degli arbëreshë in Italia, continua a essere parte viva dell’identità di queste comunità.
«Essere arbëreshe oggi vuol dire mantenere forte un’identità che rappresenta una ricchezza culturale all’interno del mosaico delle culture siciliane – ha sottolineato il sindaco di Contessa Entellina, Leonardo Spera –. La nostra diversità arricchisce riti, tradizioni e luoghi e costituisce una radice che dobbiamo essere capaci di portare avanti come memoria futura».
La sfida, secondo Spera, riguarda soprattutto le nuove generazioni, chiamate a mantenere vivo questo patrimonio in un tempo in cui la globalizzazione rischia di indebolire le identità locali.
«Il mondo corre molto velocemente e noi non vogliamo smarrirci. Vedere i ragazzi entusiasti di queste giornate, dei gemellaggi e dei momenti di incontro ci indica la strada: aggregare e creare socialità attraverso la nostra matrice culturale».
Una cultura che non divide, ma diventa occasione di incontro e condivisione. Un concetto sottolineato anche dal sindaco di Piana degli Albanesi, Rosario Petta.
«Siamo un popolo che è stato accolto e l’accoglienza è nel nostro Dna. Siamo fieri di essere italiani e siciliani, ma altrettanto fieri delle nostre radici arbëreshe di origine albanese. Abbiamo una grande responsabilità: tramandare di padre in figlio e di madre in figlia la bellezza della nostra storia, delle nostre tradizioni e della nostra cultura».
Petta ha evidenziato anche il valore dell’incontro tra comunità che condividono le stesse radici: «Siamo sangue sparso, ma quando ci riuniamo sotto la stessa bandiera viene fuori tutta la fierezza del popolo arbëreshe».
Sulla vitalità di questa eredità culturale si è soffermato anche il sindaco di Palazzo Adriano, Nicola Granà: «Il popolo arbëreshe è ancora vivo, mantiene le proprie tradizioni e i rapporti tra le comunità. Giornate come questa servono a rafforzare questi legami e il rapporto con le nostre radici».
Un segnale importante arriva proprio dalla partecipazione dei più giovani. «La cosa più bella – ha aggiunto Granà – è vedere giovani e meno giovani partecipare e, soprattutto, vedere le nuove generazioni voler essere parte attiva di un progetto di valorizzazione».
A caratterizzare questa terza edizione è stata soprattutto la presenza delle comunità calabresi, che ha permesso di mettere a confronto realtà lontane geograficamente ma ancora profondamente legate da storia, lingua e tradizioni comuni.
«C’è un filo invisibile che ci unisce nonostante la distanza geografica – ha spiegato il sindaco di Acquaformosa, Annalisa Milione –. Abbiamo una storia, radici e tradizioni comuni. Da quasi sei secoli custodiamo gelosamente questo patrimonio».
Al centro resta anche la tutela della lingua arbëreshe. «Un tempo da noi si nasceva parlando esclusivamente arbëreshe e l’italiano si imparava soltanto a scuola – ha ricordato Milione –. Oggi la situazione è cambiata e mi auguro che la nostra lingua possa trovare sempre maggiore spazio anche nell’insegnamento scolastico, perché fino ad oggi è stata tramandata soprattutto oralmente».
Una lingua che continua invece a essere parlata anche dalle nuove generazioni di Firmo. «Essere arbëreshe significa avere una propria identità e continuare a rappresentare un ponte tra l’Italia e la madrepatria albanese – ha spiegato il sindaco Giuseppe Bosco –. Nella nostra comunità i giovani parlano ancora arbëreshe: una lingua che siamo riusciti a tramandare di generazione in generazione per oltre cinquecento anni».
La terza Giornata dell’identità arbëreshe ha trasformato così Contessa Entellina in un luogo d’incontro tra comunità che, pur separate geograficamente, continuano a riconoscersi in una storia comune.
Una giornata di festa, ma soprattutto un’occasione per ribadire il valore di un patrimonio fatto di lingua, riti, costumi, memoria e senso di appartenenza.
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