Il cuore spesso manda segnali prima che la malattia diventi evidente. Palpitazioni, fiato corto o una stanchezza insolita possono essere piccoli campanelli d’allarme da non sottovalutare. Il Pulse Month nasce proprio con questo obiettivo: aiutare le persone a riconoscere i segnali del proprio corpo e a capire quanto la prevenzione possa fare la differenza.

In questa intervista, Angelo Luca, Amministratore Delegato di UPMC Italy, Direttore d’Istituto dell’IRCCS ISMETT-UPMC, Vicepresidente della Fondazione Ri.MED e Amministratore Delegato di UPMC Salvator Mundi International Hospital, spiega perché imparare ad ascoltare il ritmo del cuore, fare controlli precoci e adottare stili di vita sani può evitare conseguenze gravi e cambiare davvero il futuro della salute cardiovascolare. Con uno sguardo che parte dall’esperienza di un centro che si occupa anche di trapianti, il messaggio è chiaro: la vera sfida della medicina è intervenire prima, quando prevenzione e diagnosi precoce possono ancora fare la differenza.
Direttore, perché un’iniziativa come il Pulse Month è importante anche per un Istituto che si occupa di trapianti?
Noi vediamo l’ultimo tratto della malattia, ma tutto nasce prima: il paradosso di un centro trapianti è che il nostro vero successo è non arrivare al trapianto. Il Pulse Month significa agire sulla sponda opposta, quella della prevenzione. Monitorare il ritmo è la prima barriera per evitare che il cuore si deteriori fino a diventare insostituibile: le aritmie sono spesso il primo segnale. Riconoscerle e prenderle in carico in tempo evita evoluzioni gravi. Con ECG portatili, cerotti e monitoraggi a distanza possiamo intercettare il problema nella vita quotidiana, non solo durante una visita, ma quando accade davvero, ogni giorno.
Quanto può incidere la prevenzione delle aritmie e delle patologie cardiache nel ridurre i casi che arrivano alle fasi più gravi?
Incide moltissimo, se la prevenzione è concreta e continua. L’impatto è enorme: molte cardiomiopatie che arrivano allo scompenso terminale iniziano da un disordine elettrico trascurato. Prevenire o trattare presto l’aritmia, quando indicato, protegge la struttura del cuore e riduce il numero di persone che arrivano in lista trapianto. Alla prevenzione “classica” – movimento, peso adeguato, alimentazione equilibrata, niente fumo e poco alcol – oggi si affianca anche l’attenzione ai dati raccolti nella vita quotidiana, che permettono di intervenire prima e ridurre il rischio di ictus o scompenso.
Dal vostro punto di osservazione, quanto pesa la diagnosi precoce nel cambiare il destino di una persona?
Conta perché cambia il “quando” e quindi il “come”. Se si arriva presto, si può intervenire con terapie mirate, cambiamenti nello stile di vita e controlli adeguati. Se si arriva tardi, invece, spesso si inseguono solo le conseguenze. La diagnosi precoce è lo spartiacque tra limitazioni e una vita piena. Scoprire un’anomalia prima che provochi un danno irreversibile permette di stabilizzare la malattia per molti anni e cambiare davvero la prognosi.
Quali aritmie vi preoccupano di più e quali controlli di base consigliate ai cittadini?
In sanità pubblica la fibrillazione atriale è tra le più insidiose, perché aumenta il rischio di ictus e può avere conseguenze importanti nel tempo. Per il rischio di morte improvvisa, invece, l’attenzione è rivolta soprattutto alle aritmie ventricolari. Ai cittadini consigliamo prima di tutto di imparare a controllare il polso. Se qualcosa non convince, si può passare a un elettrocardiogramma e, quando serve, a monitoraggi più lunghi. Non serve controllarsi in modo ossessivo: è più importante registrare bene i dati e farli valutare dal medico.
Le storie dei pazienti che affrontano percorsi complessi, fino al trapianto, cosa ci insegnano sul valore dell’ascolto del proprio corpo?
Spesso il corpo aveva già dato dei segnali, ma non sono stati riconosciuti o sono stati sottovalutati. Palpitazioni, fiato corto, una stanchezza diversa dal solito: molte persone tendono a normalizzarli o a rimandare. Guardandosi indietro, molti pazienti ricordano quei piccoli segnali che avrebbero meritato più attenzione. Ascoltarsi non significa fissarsi, ma imparare a conoscere il proprio corpo.
Quanto è importante costruire una cultura della salute che inizi molto prima della malattia?
È fondamentale. Il cuore, come tutti gli organi, è un investimento nel tempo. Non serve essere perfetti, conta la costanza: muoversi con regolarità, mantenere un peso adeguato, mangiare in modo semplice e di qualità, non fumare e limitare l’alcol. La salute non è solo “non stare male”, ma prendersi cura di sé nel tempo.
In che modo il vostro Istituto lavora per sensibilizzare la comunità su prevenzione e donazione?
Cerchiamo di trasformare l’informazione in azione. Spieghiamo alle persone come riconoscere i segnali, a chi rivolgersi e perché prevenzione e donazione sono due facce della stessa responsabilità. Parliamo con linguaggi semplici e vicini alle persone, con iniziative sul territorio e attività di divulgazione. La donazione è un ponte tra prevenzione e speranza e nasce dalla fiducia tra cittadini e sistema sanitario.
Quanto conta la collaborazione tra ospedali, territorio e istituzioni per tutelare davvero la salute del cuore?
Conta moltissimo, perché la salute del cuore si gioca soprattutto fuori dall’ospedale. Se ospedali, medici di famiglia e servizi territoriali non lavorano insieme, si creano ritardi e difficoltà. Il trapianto rappresenta l’ultimo anello della catena: prima ci deve essere una rete forte che accompagni le persone lungo tutto il percorso di prevenzione e cura.
Qual è il messaggio che desidera lasciare ai cittadini in questo mese dedicato alla consapevolezza sulle aritmie?
Ascoltate il cuore senza paura, ma con attenzione. Se qualcosa cambia – palpitazioni nuove, fiato corto, capogiri o stanchezza improvvisa – non aspettate: fate un controllo e chiedete un parere. La longevità sana si costruisce ogni giorno con piccoli gesti: movimento, alimentazione semplice, niente fumo e poco alcol. Un gesto simbolico ma concreto: il cuore batte circa centomila volte al giorno, dedicatene almeno sessanta per sentire il vostro polso. A volte basta davvero poco per accorgersi che qualcosa sta cambiando.