Ancora una volta, il lavoro si trasforma in tragedia. A Enna, un operaio ha perso la vita precipitando da un cestello elevatore. Un fatto che colpisce, che addolora, ma che soprattutto interroga. Perché episodi come questo non possono più essere raccontati solo come casi isolati: sono il segnale di un problema più profondo, che riguarda la sicurezza nei luoghi di lavoro.
Ogni volta si parla di fatalità, di coincidenze, di sfortuna. Ma chi lavora ogni giorno nei cantieri sa che dietro questi incidenti spesso ci sono condizioni che potevano essere evitate: procedure non rispettate, controlli insufficienti, formazione non adeguata. Ed è proprio su questo che bisogna avere il coraggio di cambiare prospettiva.

A richiamare l’attenzione su questo punto è la Feneal Uil, che da tempo denuncia una situazione che continua a ripetersi. “Non basta più indignarsi – affermano il segretario generale della Feneal Uil Sicilia Pasquale De Vardo e il segretario territoriale di Enna Francesco Mudaro – servono sicurezza, controlli e formazione”.
Le loro parole non sono solo una presa di posizione, ma il riflesso di una realtà vissuta quotidianamente accanto ai lavoratori. Il sindacato, infatti, non interviene solo dopo le tragedie, ma è presente nei cantieri, raccoglie segnalazioni, chiede verifiche, spinge perché le regole vengano applicate davvero. È un lavoro silenzioso, spesso poco visibile, ma fondamentale.
In questo senso, il ruolo del sindacato diventa centrale: non solo come voce di denuncia, ma come presidio concreto di tutela. Difendere la sicurezza significa entrare nei luoghi di lavoro, ascoltare chi opera ogni giorno in condizioni difficili, pretendere formazione continua e controlli seri. Significa ricordare che dietro ogni casco, ogni imbracatura, ogni turno, c’è una persona, con una famiglia, con una vita fuori dal cantiere.
La morte dell’operaio di Enna riapre quindi una domanda che non può più essere rimandata: quanto vale davvero la sicurezza? Perché se resta solo uno slogan, nulla cambierà. Se invece diventa una priorità reale – fatta di investimenti, prevenzione e responsabilità condivisa – allora si può iniziare a invertire la rotta.
Il cordoglio espresso alla famiglia della vittima è doveroso, ma non basta. Il vero rispetto passa dalle azioni: più controlli, più formazione, più attenzione quotidiana. Perché il lavoro deve essere un luogo di dignità e futuro, non di rischio e perdita.