Si chiama ISPEMI ed è il risultato di una collaborazione concreta tra IRCCS ISMETT, Fondazione Ri.MED, UPMC e Istituto Sperimentale Zootecnico per la Sicilia: realtà diverse che lavorano insieme per un obiettivo comune, trasformare la ricerca in cure e opportunità concrete per i pazienti.
In questo sistema, ognuno ha un ruolo fondamentale. ISMETT porta l’esperienza clinica e trapiantologica, la Fondazione Ri.MED e UPMC contribuiscono allo sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica, mentre l’Istituto Zootecnico offre un contesto essenziale per la sperimentazione preclinica.
È proprio da questa integrazione che possono nascere nuove risposte anche in ambiti complessi come lo xenotrapianto, una delle sfide più delicate della medicina di oggi, legata alla carenza di organi disponibili.
Un tema che non riguarda solo la scienza, ma soprattutto le persone, le loro attese e il loro futuro.
Ne parliamo con Angelo Luca, Amministratore Delegato di UPMC Italy, Direttore d’Istituto dell’IRCCS ISMETT-UPMC, Vicepresidente della Fondazione Ri.MED e Amministratore Delegato di UPMC Salvator Mundi International Hospital.
- Direttore, partiamo da ISPEMI: cosa rappresenta oggi questo progetto per la ricerca e per il territorio?
ISPEMI rappresenta molto più di un’infrastruttura di ricerca: è un investimento strategico per il futuro della medicina e per la crescita del territorio. Per la ricerca significa poter contare su un contesto avanzato, in cui sperimentazione preclinica, competenze scientifiche e innovazione tecnologica si integrano in modo efficace, accelerando lo sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche, in particolare in ambiti ad alta complessità come quello dei trapianti.
In questo percorso si inserisce anche un risultato di grande rilievo istituzionale: nel 2026 il Ministero della Salute ha confermato ISMETT come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) nell’area trapiantologica, estendendo il riconoscimento anche a ISPEMI. Un passaggio che rafforza il valore scientifico del progetto e il ruolo della Sicilia nella ricerca avanzata sui trapianti.
Il nostro prossimo obiettivo è ampliare ulteriormente la piattaforma ISPEMI con la realizzazione di un allevamento DPF (Designated Pathogen-Free), infrastruttura strategica per lo sviluppo della ricerca sullo xenotrapianto.
- In concreto, come può la ricerca fatta in un centro come ISPEMI contribuire allo sviluppo dello xenotrapianto?
Per rendere possibile lo xenotrapianto non bastano competenze cliniche avanzate: servono stabulari barrierati, veri allevamenti bio-sicuri. Non sono semplici allevamenti, ma strutture progettate per allevare suini geneticamente modificati in condizioni rigorosamente controllate, più severe di quelle previste per gli allevamenti destinati alla produzione alimentare ordinaria.
L’obiettivo di queste strutture è mantenere i suini in stato DPF, cioè privi di patogeni specifici trasmissibili all’uomo dopo il trapianto, soprattutto nei pazienti immunosoppressi. Per questo prevedono isolamento ambientale, accessi controllati, separazione delle unità animali e sistemi indipendenti per aria, acqua e rifiuti. Anche l’ingresso degli animali avviene con procedure altamente protette, come parto cesareo o trasferimento embrionale.
Oggi nel mondo queste strutture sono ancora pochissime, in ragione dell’elevato fabbisogno di investimento, dei rigorosi standard tecnologici richiesti e della complessità dei costi di gestione.
Negli Stati Uniti operano le principali aziende del settore che stanno investendo decine di milioni di dollari per costruire nuovi centri di eccellenza destinati all’allevamento di questi suini ingegnerizzati.
- Si parla sempre più di xenotrapianto: perché è un tema così importante oggi?
Lo xenotrapianto è oggi un tema centrale perché potrebbe offrire una risposta concreta a una delle emergenze più gravi della medicina dei trapianti: la carenza di organi. Oggi i pazienti in attesa sono molti più degli organi disponibili, e per molti di loro il tempo non è una variabile neutra, ma una questione di sopravvivenza.
In questo scenario, lo xenotrapianto apre una prospettiva completamente nuova: la possibilità di disporre di organi in modo molto più ampio, programmabile e potenzialmente personalizzato. Questo significa poter pensare a trapianti non più solo legati all’urgenza e all’imprevedibilità della donazione, ma inseriti in un percorso clinico pianificato, costruito sulle reali necessità del paziente.
È una frontiera che può davvero cambiare il modo in cui immaginiamo il futuro dei trapianti.
- Perché se ne parla proprio ora?
Se oggi si parla tanto di xenotrapianto è perché, dopo anni di attesa, questa frontiera ha iniziato a produrre risultati concreti e, allo stesso tempo, il tema è entrato con maggiore forza nel dibattito pubblico e istituzionale, anche alla luce delle nuove posizioni espresse dalla Chiesa cattolica e dallo Stato italiano.
Negli ultimi due anni la ricerca ha compiuto un’accelerazione straordinaria: i progressi nell’ingegneria genetica, nelle terapie immunosoppressive e nella biosicurezza hanno reso possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava irrealistico, contribuendo a ridurre il rischio di rigetto. A solidi dati preclinici si sono aggiunti i primi interventi nell’uomo e l’avvio dei primi studi clinici autorizzati.
I risultati sono incoraggianti, seppure ancora iniziali. I segnali più promettenti riguardano il rene, con pazienti che hanno vissuto per mesi con un organo funzionante e senza dialisi. Più limitati, ma comunque storici, i risultati ottenuti con cuore e fegato. Il dato più importante è che, grazie a questi progressi, si è passati dai singoli casi eccezionali all’avvio dei primi trial clinici ufficiali.
Lo xenotrapianto, dunque, non è più soltanto un’ipotesi teorica. Resta una frontiera sperimentale da affrontare con grande prudenza, mentre la donazione umana continua a rappresentare l’unica risposta terapeutica realmente consolidata su larga scala. Tuttavia, oggi questa prospettiva è entrata in una fase nuova, più concreta e scientificamente credibile.
- Quale è la posizione della Chiesa cattolica?
La Chiesa cattolica guarda allo xenotrapianto con apertura e favore, ma dentro un quadro di forte responsabilità etica.
La Pontificia Accademia per la Vita ha recentemente, pubblicato un documento ufficiale, che aggiorna un precedente testo del 2001, chiarendo che non esistono divieti religiosi all’uso di organi animali, anche di maiale, per salvare vite umane. È una posizione che unisce fiducia nella ricerca, prudenza clinica e attenzione alla dignità della persona, degli animali e delle cure.
I punti chiave della posizione della Chiesa si articolano nei seguenti ambiti: rispetto per gli animali, tutela dell’identità del ricevente, consenso informato autentico, equità nell’accesso alle cure e massima prudenza nella sperimentazione clinica e scientifica.
- Quale è la posizione dello Stato italiano sullo xenotrapianto?
Fino a poco tempo fa, in Italia lo xenotrapianto era bloccato da una normativa particolarmente restrittiva. Il decreto legislativo del 4 marzo 2014 impediva infatti di autorizzare l’uso di animali per ricerche finalizzate a questa pratica, collocando il nostro Paese in una posizione più rigida rispetto al quadro europeo al punto che l’Italia si trovava in regime di infrazione rispetto alle direttive europee per aver adottato norme molto più rigorose. Di fatto, questo divieto ha impedito per anni lo sviluppo di una vera sperimentazione in questo ambito.
Il quadro però è cambiato con il Decreto-Legge Milleproroghe del 31 dicembre 2025, poi convertito in legge il 27 febbraio 2026, che ha abrogato il divieto. Oggi anche in Italia la ricerca sullo xenotrapianto è consentita dalla legge: un passaggio importante, perché riallinea il Paese all’Europa e apre finalmente nuove prospettive per la comunità scientifica nazionale.
Per concludere, siamo profondamente impegnati a creare le condizioni per costruire un ecosistema in cui ricerca avanzata, infrastrutture di eccellenza e responsabilità etica convergano, aprendo nuove prospettive di cura e rendendo la Sicilia protagonista della medicina del futuro.