Un dialogo intenso, ricco di riflessioni sull’arte, sulla memoria e sul ruolo dell’artista nella società. Nell’Area archeologica di Contrada Stretto, il critico d’arte Bruno Corà ha accompagnato il pubblico alla scoperta dell‘universo creativo di Emilio Isgrò, in un confronto che ha ripercorso oltre sessant’anni di ricerca artistica e umana.
Ad aprire l’incontro è stato proprio Corà, che ha ricordato con emozione il ritorno in un luogo profondamente legato a Sebastiano Tusa. «Qui l’archeologia si coniuga con l’arte, con la musica, con la poesia», ha sottolineato, ricordando l’ultima visita insieme all’archeologo siciliano e spiegando come Contrada Stretto di Partanna rappresenti uno spazio dove memoria e cultura continuano a dialogare.
Da questo ricordo prende forma il racconto dedicato a Emilio Isgrò. Corà ne ripercorre la carriera definendolo un artista impossibile da racchiudere in una sola categoria. Poeta, giornalista, scrittore, pittore e scultore, Isgrò ha costruito un percorso originale, tanto che, come ricorda il critico, nessuno dei grandi storici dell’arte è mai riuscito a inserirlo in una corrente precisa. «Non era informale, non era spazialista, non era materico. Era semplicemente Isgrò.»
L’artista conferma che tutto è nato dalla poesia. Proprio dalla volontà di difendere la forza della parola, negli anni Sessanta prende vita l’idea delle celebri cancellature. Corà ricorda come Isgrò sia passato dalla cancellazione di pagine di giornale fino a intervenire su opere monumentali come l’Enciclopedia Treccani e l’Encyclopaedia Britannica, trasformando il libro stesso in un’opera d’arte.
«Faccio vedere meno per far vedere di più», spiega Isgrò. Le cancellature non eliminano il testo, ma invitano a leggerlo in maniera diversa. Le parole rimangono sotto la superficie, continuano a vivere e chiedono allo spettatore di immaginare ciò che non vede. È una riflessione nata dopo aver assistito all’affermazione della Pop Art americana, quando comprese che un eccesso di immagini rischiava di far perdere il valore della parola e della memoria.
Nel dialogo emerge anche il profondo legame con la Sicilia. Isgrò racconta di aver lasciato l’Isola appena diciottenne per trasferirsi a Milano, ma di non essersene mai realmente separato. «La Sicilia non mi è mai mancata perché l’ho sempre portata con me», afferma. Una presenza che continua a vivere nei suoi libri, nelle pitture e nelle cancellature, diventando il filo invisibile che attraversa tutta la sua produzione artistica.
Corà conduce poi la conversazione sul ruolo dell’arte nella società. Per Isgrò l’arte non deve essere un semplice contropotere, ma una voce capace di contribuire alla costruzione di una società democratica, indicando quelle verità che spesso nessuno ha ancora il coraggio di pronunciare.
Tra i momenti più significativi della serata, il racconto del rapporto con Papa Francesco. È stato proprio il Pontefice argentino, durante il suo pontificato, a chiedere a Isgrò di realizzare una cancellatura dell’enciclica Laudato si’. Prima di autorizzare il progetto, Papa Francesco consultò i teologi che lo affiancavano, i quali riconobbero nella cancellatura non un gesto di negazione, ma un modo per riportare la parola al suo significato più profondo, al Logos. Da quell’incontro nacque un’importante opera intitolata “L’amore è più forte della bellezza”, titolo condiviso con Papa Francesco e firmato insieme all’artista. Isgrò ha raccontato che, dopo la morte del Pontefice, pensò che il progetto si fosse fermato, fino a quando fu ricevuto dal nuovo Papa, con il quale il dialogo è proseguito.
Nel finale arriva anche una domanda sul presente: cosa cancellerebbe oggi? La risposta di Isgrò è immediata e va oltre i confini della Sicilia. «Cancellerei la parola guerra», dice, lanciando un appello alla pace e ricordando che l’arte può ancora aiutare a leggere il nostro tempo con maggiore consapevolezza.
Un incontro che, grazie al dialogo tra Bruno Corà ed Emilio Isgrò, ha offerto al pubblico non solo un viaggio nell’arte contemporanea, ma anche una riflessione sul valore della memoria, della parola e dell’identità. Perché, come insegna Isgrò, cancellare non significa dimenticare: significa imparare a vedere più in profondità.