
Il fegato è un organo silenzioso, ma fondamentale per la nostra salute. Spesso non dà segnali, e proprio per questo molte malattie vengono scoperte tardi. La Giornata Mondiale del Fegato, che si celebra il 19 aprile, è un’occasione per fermarsi e riflettere su quanto sia importante prendersene cura ogni giorno. Ne parliamo con il Dott. Angelo Luca, Amministratore Delegato di UPMC Italy, Direttore d’Istituto dell’IRCCS ISMETT-UPMC, Vicepresidente della Fondazione Ri.MED e Amministratore Delegato di UPMC Salvator Mundi International Hospital.
Direttore, che significato ha per il mondo della sanità la Giornata Mondiale del Fegato che si celebra il 19 aprile?
La Giornata Mondiale del Fegato ci invita a guardare a questo organo con più attenzione, non solo quando compaiono problemi seri. Il fegato, infatti, è legato al benessere generale dell’organismo e riguarda anche metabolismo, diabete, obesità, rischio cardiovascolare, stili di vita e prevenzione. Oggi sappiamo che esiste una condizione molto più comune di quanto si immagini, il fegato grasso di origine metabolica, sempre più spesso definito MASLD, che interessa circa un adulto su tre. Il punto è non aspettare i sintomi, perché spesso arrivano tardi. La vera sfida è riconoscere per tempo i segnali di rischio e intervenire prima che il danno diventi importante.
Perché è importante sensibilizzare i cittadini sulla salute del fegato?
Molti pensano che le malattie del fegato siano legate solo all’alcol o alle epatiti, ma oggi non è più così. Sempre più spesso il fegato soffre per condizioni molto diffuse come sovrappeso, diabete, sedentarietà e uso scorretto di farmaci. Inoltre, il cosiddetto fegato metabolico non riguarda solo il fegato: è spesso collegato anche a un maggiore rischio cardiovascolare e ad altri problemi di salute. C’è poi un dato importante: studi recenti nella medicina del territorio hanno mostrato che molte persone risultate positive allo screening per epatite B o C non avevano segnali evidenti di rischio né alterazioni degli esami del sangue. Questo significa che non possiamo affidarci solo ai sintomi più noti. Informare i cittadini è fondamentale per favorire diagnosi più precoci e proteggere meglio la salute.
Quanto conta la prevenzione nella lotta alle malattie epatiche?
Conta moltissimo e, in molti casi, può davvero cambiare la storia della malattia. Prevenire significa agire su più fronti: vaccinarsi e aderire agli screening per le epatiti virali, ridurre il consumo dannoso di alcol e intervenire sui fattori metabolici che favoriscono il fegato grasso e la fibrosi. Oggi sappiamo che la diagnosi precoce è fondamentale, perché consente di riconoscere il problema prima che il danno diventi avanzato. C’è anche un messaggio positivo: i benefici per il fegato e per la salute cardiovascolare possono arrivare anche senza cambiamenti di peso eclatanti. Migliorare l’alimentazione, muoversi di più e ridurre il tempo trascorso seduti produce effetti concreti già nelle fasi iniziali. La prevenzione è una scelta quotidiana che protegge il fegato e migliora la salute generale.
Quali sono i comportamenti quotidiani che possono aiutare a proteggere la salute del fegato?
I messaggi devono essere semplici e concreti. Il primo è seguire un’alimentazione equilibrata, ispirata alla dieta mediterranea, ricca di frutta, verdura, cereali integrali, legumi e grassi buoni. Il secondo è muoversi con regolarità: dedicare ogni settimana 150-240 minuti ad attività aerobica moderata o sostenuta, come camminare a passo veloce, andare in bicicletta o nuotare. È utile anche l’allenamento di resistenza, con esercizi a corpo libero o con pesi, perché aiuta a rafforzare la massa muscolare. Il muscolo, infatti, contrasta l’insulino-resistenza e l’accumulo di grasso nel fegato. Contano anche altre abitudini: stare meno seduti, dormire meglio, non fumare ed evitare il consumo rischioso di alcol.
Molte patologie epatiche non presentano sintomi nelle fasi iniziali: quanto sono importanti i controlli e la diagnosi precoce?
Sono fondamentali, perché molte malattie del fegato restano silenziose per anni e si manifestano quando il problema è già avanzato. Oggi abbiamo strumenti semplici e non invasivi per individuare chi è più a rischio, dagli esami del sangue fino a metodiche più specifiche come l’elastografia. Anche nella medicina del territorio si può fare molto: un percorso graduale aiuta a selezionare i pazienti che hanno davvero bisogno di una valutazione specialistica, evitando sia ritardi sia accertamenti inutili. Anche indici semplici come il FIB-4 possono essere utili per una prima valutazione. I controlli sono importanti anche per il tumore del fegato, perché nelle persone a rischio aumentano le possibilità di una diagnosi precoce. Questi percorsi devono essere ben organizzati e continui per essere davvero efficaci.
Quando la malattia è molto avanzata, il trapianto di fegato può rappresentare una possibilità di cura: quanto è importante questa attività per i pazienti?
È fondamentale, perché oggi il trapianto di fegato non è più solo una procedura salvavita, ma una concreta possibilità di tornare a vivere con una buona qualità di vita. L’obiettivo non è solo superare l’intervento, ma recuperare autonomia, benessere e la possibilità di riprendere la propria vita sociale e lavorativa. I risultati sono molto buoni e, nei programmi più consolidati, la sopravvivenza a cinque anni supera l’80%. Il vero successo, però, dipende anche dalla continuità delle cure, dalla gestione delle terapie e da un percorso di accompagnamento nel tempo. In questa prospettiva, il trapianto segna l’inizio di una nuova fase della vita.
Qual è il ruolo dell’Istituto nelle attività legate alla cura delle malattie epatiche e ai trapianti di fegato?
Un istituto moderno non interviene solo quando la malattia è avanzata, ma accompagna il paziente lungo tutto il percorso: dalla prevenzione allo screening, dalla diagnosi precoce alla presa in carico specialistica, fino al trattamento, alla sorveglianza oncologica, al trapianto e al follow-up. Per essere davvero efficace è fondamentale lavorare in stretta integrazione con il territorio, coinvolgendo medici di medicina generale, specialisti e servizi sanitari. Un centro di riferimento deve unire competenze diverse: epatologia, diagnostica non invasiva, prevenzione delle epatiti virali, gestione delle malattie metaboliche e percorsi di trapianto. L’obiettivo è garantire continuità di cura e accompagnare il paziente nel tempo, con un approccio multidisciplinare e il più possibile vicino ai bisogni delle persone.
Quanto è importante il lavoro di squadra tra medici, chirurghi e personale sanitario nei percorsi di cura e nel trapianto?
È essenziale, perché le malattie del fegato, soprattutto nelle fasi più avanzate, richiedono competenze diverse che lavorano insieme in modo coordinato. Non basta un solo specialista: servono epatologi, chirurghi, anestesisti-rianimatori, radiologi, infermieri, dietisti, psicologi, infettivologi, fisioterapisti e professionisti della riabilitazione. Solo un’équipe ben integrata può seguire il paziente in tutte le fasi, dal trattamento al recupero, con attenzione non solo agli aspetti clinici ma anche alla qualità della vita. Per i cittadini questo significa una cosa molto concreta: il trapianto non è un singolo intervento, ma il risultato di un grande lavoro di squadra, fatto di competenza, responsabilità e umanità.